Grande Porta

Diario di un trekking a ferragosto

I grandi alberi del Pollino

Approfittando del ponte di ferragosto, noi tre dei Monti Sibillini, a cui si è aggiunta Angela, abbiamo deciso di partire per un trekking di tre giorni tra le montagne le Pollino.

Cammineremo a piedi da venerdì a domenica, con due pernottamenti in due località diverse. Poiché vogliamo arrivare a toccare il cuore del Parco e le sue vette più elevate, per il primo giorno abbiamo scelto il Rifugio “Pino Loricato”, vicino al santuario della Madonna del Pollino. Per il secondo giorno la scelta è caduta su una delle tante strutture ricettive di Casa del Conte a Terranova, in bella posizione per il paesaggio e soprattutto per i sentieri che l’attraversano.

Partiti di buon mattino, Angela, Antonio, Donato ed io, arriviamo alle 10 ad Acquatremola, dove lasciamo la macchina. A quest’ora la località è già presa d’assalto dagli appassionati della montagna, quasi tutti si limitano però ad approntare la brace per l’arrosto da consumare all’aperto con la famiglia.

15 agosto, venerdì. Ore 10:10, partenza da Acquatremola, quota 1440.

Zaini in spalla e bastoncini in pugno, andiamo. Il mio zaino, per quanto ho cercato di limitare gli oggetti che ci ho infilato dentro, peserà almeno 7 chili.
Il cielo è sereno, la visibilità ottima. C’è un leggero vento, il termometro dell’orologio segna 19°. Seguiamo la via per Serra di Crispo indicata dalla tabella di legno posta all’inizio della carrareccia, lavorata dalla mano ingegnosa del buon Antonio Guanti prima di lasciarci nel 2010.
Tre giovani a cavallo ci raggiungono e ci superano. Dai vestiti che indossano hanno quasi l’aspetto di briganti, ma mi sembrano gentili.
Lasciamo la carrareccia a destra, subito dopo la piana di San Francesco, a poco più di quota 1500, là dove svettano gli abeti bianchi tra i più vecchi del Parco. Il grande abete di San Francesco di solito lo misuriamo con un abbraccio di quattro persone. Questa volta abbiamo portato con noi il centimetro, che srotoliamo all’altezza del petto: 5 metri di circonferenza. Sarà alto una quarantina di metri. I rami più bassi dell’albero mi sembrano più secchi dell’ultima volta, segno forse che le sue condizioni di salute non sono proprio ottimali. Prima di lasciarlo, lo saluto in silenzio con le mani poggiate sulla corteccia rugosa.
Arriviamo a Piano Iannace intorno a mezzogiorno, il vento è cessato, la temperatura è di 21°. Ci fermiamo al rubinetto dell’acquedotto per la pausa pranzo. Due fette di pane con pomodoro e pecorino bastano a riempire lo stomaco.
Ci distendiamo a riposarci sul prato. L’orologio segna l’una e un quarto. Non siamo per niente stanchi e qualcuno propone di arrivare a Timpone Canocchiello. Nascondiamo gli zaini in un piccolo fosso nella faggeta e ci rimettiamo in marcia.
Dopo mezz’ora siamo a Piano Canocchiello. La piccola radura è stata coperta da pietrame, che le piene primaverili hanno trasportato e sparpagliato; la cascatella è ancora attiva, ma subito dopo il salto l’acqua scompare, affondando in un percorso sotterraneo.
Oltrepassiamo i tubi affossati dell’acquedotto, scoperti dal ruscellamento dell’acqua piovana. Saliamo per il sentiero scandito dal giallo solare dei senecioni e qualche tratto fangoso, poi la traccia scompare e procediamo a intuito.

Dopo un’altra mezz’ora circa raggiungiamo Timpone Canocchiello, a quota 1883.
Uno stormire di fronde e scorgiamo appena un cervo o forse un capriolo che rapidamente sia allontana, disturbato dal nostro arrivo. Antonio sostiene che si trattava invece di un cinghiale. Ma la sua sagoma scomparsa dietro la vegetazione mi è sembrata nient’affatto tozza ed io sono convinto che era proprio un cervide.
Scattiamo alcune fotografie sulla radura-balcone che si affaccia su bosco Toscano e su Monte Pollino, uno spettacolo straordinario da una posizione inconsueta.
Facciamo attenzione a non calpestare alcuni minuscoli fiorellini che sembrano orchidee. Secondo Angela potrebbero appartenere a una specie delle Epipactis, probabilmente elleborine purpuree (Epipactis purpurata).
Ritorniamo sui nostri passi, mentre il cielo limpido ci permette di vedere in lontananza il Monte Alpi e il Raparo. Dopo Piano Iannace ci dirigiamo verso Fosso Iannace.
Durante il percorso sono costretto a rallentare e a fare una breve pausa a causa di un forte mal di testa dovuto probabilmente alla stanchezza.
Mi conforta l’ultimo tratto prima della meta di oggi, ricco di forme e di profumi, tra piante di acero e timo, che discopre un panorama mozzafiato sull’alta valle del Frido.
Alle 17 raggiungiamo il rifugio “Pino Loricato”, in prossimità del Santuario di Madonna di Pollino, a quota 1558, dopo aver percorso km. 14,38, con un dislivello in salita di m. 681.
Il rifugio è rimasto inattivo per diversi anni e non è ancora pronto per funzionare in maniera adeguata.

La cena è modesta: l’arrosto di agnello è duro e ci sembra l’avanzo del pranzo. La doccia è priva della tendina, manca un asciugamano e l’acqua calda arriva in ritardo. Aspettiamo che si organizzino meglio dopo i lavori di ristrutturazione in programma e poi daremo una valutazione definitiva. Certo è che mi piacerebbe tornare per salire, attraverso la botola al centro della sala da pranzo, nella stanza-osservatorio che si apre allo spettacolo del cielo notturno.
Pino, che gestisce il rifugio occupandosi di ogni cosa, ha avuto una giornata impegnativa. Ci spiega che occorre molto lavoro ancora per far funzionare il rifugio. La sua famiglia lo ha rilevato appena l’anno scorso. La festa di Madonna di Pollino gli porta più problemi che benefici: tanta gente arriva dai paesi vicini e si accampa tutt’intorno senza utilizzare il rifugio se non per andare al bagno.
Sua moglie Ilena che collabora con lui è polacca. Viene da Varsavia ed è in Italia da più di dieci anni. Ci dice che adesso i polacchi non vengono più in Italia perché i lavori sono meglio retribuiti nel loro Paese. Forse ora si invertirà il flusso migratorio.
Dopo aver messo le magliette intime ad asciugare all’ultimo sole dietro il rifugio, prendiamo le lanterne a batteria e ci ritiriamo nelle nostre stanze, dove resteremo da soli questa notte. Il rifugio è alimentato da un gruppo elettrogeno che la sera viene spento per essere riattivato la mattina dopo. La notte è un autentico incanto: nel cielo brillano migliaia di stelle che è difficile distinguerle. La via Lattea è un ospite speciale giunto per ultimo e all’improvviso sulla montagna, un meraviglia senza uguali che si spalanca sui nostri occhi ammutoliti.

16 agosto, sabato. Prima di partire voglio visitare il santuario.

Per prepararmi alla lunga giornata di cammino, pratico qualche allungamento muscolare senza forzare, esposto al gradevole sole del mattino.
La chiesa è aperta ogni giorno dalle 9:00 alle 18:00, dalla prima domenica di giugno alla seconda domenica di settembre, per l’intero periodo in cui il simulacro della Madonna resta sul monte.
Misuriamo la circonferenza del tronco dell’acero d’Ungheria (Acer obtusatum W. et K.) che vegeta sul sagrato: m. 3,64. Secondo Rossella e Pino la sua età è di 4-500 anni.
Rossella, che cura puntualmente l’apertura e la chiusura della chiesa, inizialmente si mostra diffidente quando ci vede misurare l’albero e ci chiede perché lo facciamo. Poi ci presentiamo, le spieghiamo che siamo ospiti del rifugio, dove siamo arrivati a piedi e ripartiremo a piedi. Cambia atteggiamento e diventa disponibile, ma ci consiglia di non esagerare perché secondo lei camminare troppo fa male.
Lasciamo Madonna di Pollino alle 9:45, con un leggero vento e la temperatura intorno ai 17°, in direzione Serra di Crispo. Dopo aver superato Fosso Iannace, naturalmente senza un filo d’acqua, ci fermiamo al cospetto di un grande faggio crollato lungo il sentiero. Segni di bruciatura sul tronco ormai marcio indicano che probabilmente è stato colpito da un fulmine.

4,10 metri è la circonferenza di quel che resta in piedi del possente tronco, cavo all’interno.
Lungo il bellissimo sentiero in salita prosperano molti aceri (d’Ungheria, di Lobelius, montani, campestri e minori) e abeti bianchi. Nella radura di Iannace vegetano molti ginepri emicicli, da alcuni dei quali spuntano arbusti di sorbi montani. D’intorno diversi cardi di Tenore, crochi e garofanini.
Alla fonte Pitt’accurc’, a quota 1862, giungiamo alle 11:40. Arrivano altri gruppi, di cui uno da Chiaromonte, sembra il luogo più affollato di tutto il Parco. La temperatura è decisamente più fresca, è scesa a 16°.
Lungo il sentiero che da Serra di Crispo conduce alla Grande Porta, nascondiamo tra i faggi gli zaini per proseguire più leggeri verso la cima. Siamo ormai nel “Giardino degli dèi” che resta uno dei luoghi più affascinanti del Parco, con una gran quantità di pini loricati, compresi quelli che resistono al tempo pur senza vita, con i loro scultorei scheletri bianchi.
C’è un forte vento di maestrale e le nuvole, che viaggiano basse, ci vengono incontro come nebbia. A poca distanza dalla cima, posiamo per uno scatto in automatico della fotocamera di Donato, poi proseguo da solo a rapidi passi per raggiungere la cima a quota 2053 mentre i miei compagni decidono di tornare indietro per non esporsi troppo al vento freddo. Sono le 12:40 e la temperatura segna 12°.
Prima di discendere attraverso la Grande Porta, passiamo a salutare “Zi’ Pepp”, il pino loricato simbolo del Parco bruciato proditoriamente nel 1993. Mentre ci avviciniamo ecco alcune piante ormai sfiorite di genziana maggiore (Gentiana lutea L.).

Misuriamo la circonferenza del tronco del grande pino atterrato, anche se risulta difficile la misurazione perché l’albero è cavo: circa m.5,50 / 6,00.

Torniamo indietro e prendiamo il sentiero Cai 950 per Lago Duglia.

La discesa al riparo della faggeta porta al tracciato della “Rueping”, la ferrovia costruita dai tedeschi intorno a Serra di Crispo all’inizio del secolo scorso per sfruttare i boschi del Pollino. Le traversine sono praticamente scomparse, resta in alcuni tratti il sedime ferroviario. Donato accusa un leggero dolore al ginocchio destro, gli presto la ginocchiera che l’aiuterà nella lunga discesa.

Ci fermiamo al pino loricato di Pietra Castello bruciato anche lui, pochi anni fa. Il grande albero si affacciava dalla rupe sull’ampio e suggestivo bacino che convoglia le acque del Raganello nella gola ai piedi dell’imponente parete di Timpa San Lorenzo. Sotto i nostri occhi gli abeti bianchi si distinguono nella faggeta, con le loro sagome scure.

Lasciamo la Rueping all’altezza di una piccola radura, dove vivono tra gli altri alcuni sorbi e aceri. Per un breve tratto la discesa è ripida con il fondo sdrucciolevole. Raccogliamo qualche lampone e fragoline di bosco, tanto per apprezzarne il sapore. Superiamo la baracca celeste e ci fermiamo alla sorgente poco più sotto. Ad ogni sosta è buona norma bere almeno un sorso d’acqua: bisogna reintegrare i liquidi perduti con la sudorazione.

Pochi metri più in basso e siamo al Lago Fondo, a quota 1513. Dopo i primi mesi estivi il lago è diventato più piccolo ma non è scomparso; sentiamo le rane tuffarsi al nostro arrivo, tra i ranuncoli a foglie capillari (Ranunculus trichophyllus). Tagliamo per il vecchio sentiero a sinistra e raggiungiamo la strada asfaltata, per poi intraprendere il “sentiero dei briganti” quando sono già le 15:30.

Nella faggeta inizialmente si nota la presenza di alcuni cerri, poi molti abeti imponenti che regalano all’ambiente un’atmosfera fresca, protetta, suggestiva e un po’ cupa. Ai lati del sentiero arbusti di rovo e di sambuco ebbio (Sambucus ebulus L.)

Dopo circa tre chilometri in leggera salita giungiamo ad Acquatremola. Da stamattina abbiamo già percorso oltre 18 chilometri. Arriviamo quando i molti che hanno pranzato ad Acquatremola sono andati via o stanno andando via. La temperatura è di 18° e c’è un vento fastidioso che probabilmente ne ha sollecitato la partenza.

Quasi tutti i tavoli per il pic-nic sparsi nella faggeta sono liberi. Cerchiamo quello che ci sembra meno esposto al vento e alle 16:30 consumiamo rapidamente il nostro pranzo dopo aver lavato sotto la gelida acqua della fonte pomodori, caroselli, fichi e susine, che avevamo lasciato in macchina. In effetti per rispettare il programma che abbiamo preparato siamo arrivati troppo tardi per il pranzo, forse sarebbe stato meglio fermarsi a Lago Duglia a pranzo e poi tirare dritto per Casa del Conte.

Riponiamo le vettovaglie che avanzano negli zaini e ripartiamo questa volta lungo la strada asfaltata per Casa del Conte. A mano a mano la vegetazione e il paesaggio cambiano: i faggi cedono il passo ai cerri, la campagna prende il posto del bosco, si fanno incontro altre specie di alberi, come il pioppo tremulo. Poi alberi da frutta (mele, susine), campi coltivati a granturco o a orto (pomodori, zucche, fagiolini), ginestre odorose, fiori di speronella o erba cornetta (Consolida regalis).

Arriviamo all’agriturismo Casa Alagia, a quota 1070, alle 18:20, dopo aver percorso km. 23,95, con dislivello in salita di 885 metri.

Troviamo alloggio in una stanza un po’ angusta per quattro persone: Donato e io dormiremo nel letto matrimoniale, gli altri due in quello a castello.

Scambiando qualche parola con gli abitanti si apprendono notizie interessanti: è tradizione che la prima domenica dopo Ferragosto, cioè domani, alle 7 da Acquatremola s’incammina per il Santuario un gruppo di pellegrini, guidato da un sacerdote che viene di proposito da Roma. E’ un “fioretto alla Madonna”. Ritornano poi ad Acquatremola per condividere il pranzo.

Vincenzo è un signore molto gentile e accogliente, cuoco oltre che gestore della struttura. Ceniamo alle 9 di sera. Affettati, formaggi, frittatine di fiori di zucca, ciambotta di peperoni, patate e fagiolini per antipasto; poi fusilli funghi e salsiccia e per secondo arrosto misto e frutta, tutto molto buono. Da bere ci porta una bottiglia di vino rosso con l’etichetta di Casa Alagia.

Antonio ha con sé le carte napoletane, Donato quelle da poker. Dopo cena è tardi e siamo stanchi, ma Antonio accetta di giocare una partita a scacchi, anche per giustificare il peso della piccola scacchiera che ho trasportato sulle spalle. Muoviamo pedoni e pezzi ma gli occhi si chiudono e allora decidiamo di rinviare la prosecuzione dell’incontro a domani.

17 agosto, domenica.

Ripartiamo alle 9:30 diretti verso l’ultima meta di Acquatremola, dopo essere passati per Timpa delle Murge.
Antonio, dopo aver consultato con il suo smartphone un sito di previsioni meteo che annuncia una discreta possibilità di pioggia nel primo pomeriggio, ci convince a cambiare programma: dopo Timpa delle Murge taglieremo per la sorgente Catusa, rinunciando a Timpa di Pietrasasso, troppo lontana.

Ci accompagna la simpatica cagnetta meticcia di “Casa Alagia”, che chiamiamo Mozzina per via della coda mozza.

Passiamo dalla fonte Acquagentile, ma per il rifornimento idrico facciamo sosta più avanti, alla Fontana delle Murge, a quota 1082.

Mentre saliamo lungo la strada che porta alla Catusa, il mio apparecchio GPS smette di funzionare per la batteria ormai scarica. I dati sul dislivello e sulla distanza percorsa me li fornirà Antonio dal suo smartphone.

Lasciamo la strada asfaltata che sale con stretti tornanti per prendere un sentiero a destra, accompagnati dall’odore di mentastro. Osserviamo la calcatreppola ametistina, l’elicriso, la ginestra odorosa e assaporiamo alcune susine selvatiche: troppo aspre.

Raggiungiamo presto le rocce di origine vulcanica, gli ofioliti e i cuscini di lava, scaturiti dalle profondità della Tetide intorno a centotrenta milioni di anni fa.

In questo versante del Parco vegeta l’agrifoglio (Ilex aquifolium) in formazioni assai fitte e impenetrabili. Sullo stretto sentiero arriva una cavalla con una campanella al collo e il suo puledro, che ci oltrepassano e si fermano a brucare l’erba più in là.

Il panorama verso Sud spazia sull’ampia valle del Sarmento, il canale della Duglia e le vette settentrionali del massiccio: Serra di Crispo, Serra delle Ciavole, Serra del Prete e Dolcedorme.

Alle 11:40 la temperatura segna 21°, fa decisamente più caldo di ieri.

Prendiamo il sentiero che si dirige verso Timpa delle Murge, anche se poi si smarrisce attraverso il boschetto di pini neri e allora procediamo con percorso libero. Raggiungiamo la sommità di Timpa delle Murge a quota 1441, quindi discendiamo trasversalmente lungo il pendio per guadagnare la carrareccia in basso, dove incrociamo una mandria di vacche al pascolo con un toro nero, governati da un giovane vaccaro in sella a un mulo. Arriviamo alla Catusa, quota 1290, alle 12:30, dopo aver percorso quasi 6 chilometri.

Alla sorgente ci sono altre persone intente al pranzo. Un ragazzo sta incidendo con le sue iniziali uno dei due faggi che fiancheggiano la fonte. Sentiamo i botti dei fuochi d’artificio, una signora del luogo ci spiega che oggi si festeggia la Madonna della Conserva, collocata in un’edicola dietro il rifugio di Acquafredda.

Misuriamo il faggio che ci sembra il più grande, altro e dritto, a ridosso di alcuni sambuchi: m. 4,20.

Consumiamo il pane acquistato a Terranova venerdì, il prosciutto crudo e il formaggio pecorino che ci ha dato Vincenzo stamattina e alle 13:40 siamo pronti per ripartire sull’ampia carrareccia che conduce al quadrivio dei tre confini (Terranova, San Costantino A. e San Severino L.). Poi però decidiamo di accorciare prendendo a sinistra per il sentiero Cai 980A che taglia verso Acquatremola.

Lo stretto sentiero, che a un certo punto sembra smarrirsi al coperto della faggeta, procede poi lungo un recinto e la linea dell’acquedotto, su continui saliscendi, finché non arriviamo alla confluenza, laddove si erigono due tralicci dell’Enel, con il sentiero principale proveniente dai “tre confini”. Siamo a quota di 1460 metri, la più alta di oggi.

Prendiamo a sinistra e dopo meno di un chilometro, alle 14:53, raggiungiamo Acquatremola, a quota 1442, dopo aver percorso km. 9,890 con un dislivello in salita circa m. 610.

Distanza percorsa nei tre giorni: circa km. 48 con un dislivello in salita di m. 2176, per una media giornaliera di km.16 e un dislivello in salita di m. 725. Massima quota raggiunta m. 2053, minima m. 1050.

Acquatremola è affollata di gente e purtroppo è anche sporca per l’inciviltà di chi abbandona i rifiuti sul posto. Ci fermiamo ad ammirare l’abilità di un anziano signore intento a modellare un canestro intrecciando rami di salice. Antonio scopre che è di Pedali Viggianello e allora gli chiede di salutare un suo vecchio amico che non vede da tanti anni.

Cerchiamo di prendere a bordo dell’auto Mozzina per riportarla a casa, ma non ci riusciamo. Anzi la cagnetta, spaventata, si allontana e non la ritroviamo più. Avvertiamo Vincenzo, che ci rassicura spiegandoci che non è la prima volta che il suo cane segue gruppi di escursionisti o ciclisti e comunque conosce la via per tornare a casa. Montiamo in macchina e ripartiamo.

E’ ancora presto e allora approfittiamo per andare a visitare il santuario della Madonna della Pietà, prendendo una stradina dopo l’abitato di Terranova, che sale a sinistra all’altezza del cimitero.

Giungiamo ad una chiesetta bianca, con un piccolo campanile a cuspide. Per raggiungere la campana si sale una rampa di scale esterna. Il santuario purtroppo è chiuso, ma è circondato da bellissime querce centenarie e da ampi prati e i visitatori possono dissetarsi ad una fresca fonte poco distante.

Misuriamo la quercia dall’ampia chioma, ci pare un cerro, centenario o forse millenario: la circonferenza del suo tronco è di m. 5,70 e stimiamo ad occhio la sua altezza intorno ai 25-30 metri.

Misuriamo anche un vecchio gelso che sorge sul lato opposto, a sinistra della chiesa: m. 2,66 di circonferenza e un’altezza stimata di circa m. 8. Naturalmente non resistiamo dal raccogliere qualche gelso rosso.

Lasciamo la Madonna della Pietà e lungo la valle del torrente Sarmento svoltiamo a sinistra verso un altro Santuario, quello della Madonna del Pantano, nota anche come Madonna degli Angeli. Un lungo lastricato conduce al sagrato della chiesa incastonata nella roccia arenaria.

Mario, il custode, ci apre la porta laterale di accesso al luogo di culto. L’interno è ad unica navata e il recente restauro ha apportato qualche danno agli affreschi che ricoprono solo la parete intorno all’altare. Mario ci spiega che i lavori sono stati fatti per evitare che l’edificio crollasse, poi ci conduce agli altri ambienti del Santuario: la grotta dove, secondo la tradizione, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna da parte di un cacciatore, le stanze e i servizi per ospitare i pellegrini, la terrazza con bella veduta panoramica sulla valle del Sarmento e sull’abitato di San Giorgio Lucano.

Davanti alla chiesa vegeta un vecchio ulivo dal tronco cavo. Ormai ho il centimetro facile e chiedo ad Angela di aiutarmi a misurare anche suo il tronco: m.2,61, niente male!

Con l’ultimo grande albero il trekking di ferragosto sul Pollino è ormai giunto al termine, non ci resta che salutare questa terra ricca di fascino, serbatoio di vita naturale e tornarcene a Matera.

Cosimo

 

Misurazioni
Abete di San Francesco: m. 5
Acero del Santuario: m.3,64
Pino loricato bruciato della Grande Porta: m.5,50 / 6 circa
Faggio della Catusa: m. 4,20
Cerro di Madonna della Pietà: m. 5,70